Milano, dal nostro inviato.
E’ sconcertante e denso di risvolti imprevedibili quanto sta emergendo dalla vicenda dell’attacco di Veronica Lario a quello che è, o dovremmo dire era, suo marito Silvio Berlusconi. L’ex attricetta bolognese, a cui il Cavaliere aveva concesso l’onore di sposarlo, sarebbe nient’altro che un’infiltrata comunista entrata abilmente nelle sue grazie con lo scopo di distruggerne l’immagine e l’onorabilità. D’altronde le origini della novella Mata Hari rossa parlano chiaro. Sembra che addirittura sotto una finta parete nella camera della terzogenita Barbara, figlia della Lario, sia stato rinvenuto un poster del Che. Disperato il commento di Berlusconi:” l’ho accolta come un’amante adottiva, l’ho trattata meglio di una badante rumena, ecco il risultato, dovrei dar retta a mamma Rosa, che mi dice sempre che sono troppo buono”. Il cerchio dei fedelissimi intanto fa quadrato intorno al povero Silvio. L’on. Bondi ha organizzato una veglia di solidarietà davanti alla villa di Macherio. Un fremito ha percorso la folla radunatasi quando un commosso Apicella ha intonato una toccante “Malafemmina”
Anche gli alleati politici prendono posizione. Il presidente di AN Fini ha dichiarato che “la signora Lario dovrebbe avere più rispetto per un uomo di una certa età che ancora porta in alto la bandiera, che la fa sventolare alta sul pennone”. Laconico e chiaro come sempre il commento di Umberto Bossi: “Silvio ce l‘ha sempre duro, non è colpa sua”.

































tra la fine dell’800 e il 900, per la quale ringrazio Filomenoviscido che ne aveva preannunciato la messa in onda, ci ha rivelato un po’ di gustose chicche sul Paese della Libertà. Qualcosa già si sapeva sul trattamento da sub umani riservato ai nostri poveri connazionali in cerca di destino migliore. Si sapeva anche che i poveri italiani, specialmente i meridionali, erano antropologicamente e socialmente considerati appena un po’ più “avanzati” dei neri, con tanto di suggello di darwiniane argomentazioni scientifiche di intellettuali yankees.
Si sapeva anche delle orrende ingiustizie compiute in quegli anni a danno di neri, indiani, immigrati, agitatori politici. La triste vicenda di Sacco e Vanzetti , folgorati sulla Sedia della Libertà, innocenti, è nota (si spera) a tutti. Quello che non si sapeva, perlomeno che io non sapevo, era che nel Paese della Libertà, la libertà di linciaggio era una delle libertà più diffuse: dal 1880 al 1950 centinaia di cittadini americani liberi, timorati di Dio, alcuni col cappuccio bianco, alcuni col cappello da cow boy, alcuni col cappello a cilindro, si presero la sacrosanta frankliniana libertà di linciare oltre 4000 (quattromila) mascalzoni neri (il 70%), italiani, indiani, messicani, cinesi. Il tutto tra l‘indifferenza, quando non l’incoraggiamento e la complicità, delle autorità costituite. Il 14 marzo 1891, a New Orleans, undici italiani accusati di aver partecipato all’assassinio del capo della polizia locale, assolti al processo, furono linciati da una folla inferocita di “cittadini perbene” sobillati dai notabili della città. Cittadini perbene rimasti impuniti, come quasi tutti gli autori di tutti i linciaggi d’America. “Gangs of New York” di Scorsese? A confronto con la realtà è più o meno “ I ragazzi della via Pal”. E “il Macellaio” una specie di reverendo Jackson.