Sono passati 50 anni dalla rivolta operaia ungherese, da quell’Ottobre 1956 che provò a realizzare una rivoluzione politica, a farla finita con il regime stalinista, che aveva abolito il capitalismo, ma negato la democrazia operaia. Da allora la borghesia ha usato “i fatti dell’Ungheria” per attaccare il socialismo. Cosa che le è stato facilitato dal comportamento complice di tanti dirigenti dei partiti comunisti e socialisti.
Il Presidente Napolitano, degno rappresentante di quella burocrazia stalinista che appoggiò allora la repressione della rivoluzione e nascose ai lavoratori italiani il suo vero carattere, oggi “ammette” di aver commesso degli errori. Nasconde accuratamente, allora come oggi, il fatto più importante, qualcosa che ha una validità anche dopo che tanto tempo è passato: la capacità dimostrata da parte dei lavoratori di sollevarsi e prendere il potere malgrado il regime più repressivo.
intendiamo ricordare ancora quei compagni ungheresi che non hanno piegato la testa, che hanno voluto immaginare un socialismo senza burocrati e carrieristi. Oggi che non esiste né l’Urss, né i regimi del cosiddetto “socialismo reale”, la loro esperienza è un punto di riferimento per i lavoratori di tutto il mondo. Non è un caso che “i fatti ungheresi” vengano spesso usati per polemiche di bassa lega, ma sempre nascondendo proprio i fatti e il carattere stesso della rivoluzione.

CRONISTORIA:
L’Ungheria del dopoguerra vive un breve periodo di democrazia dopo il regime fascista di Horty, ma nelle elezioni del ’48 il partito comunista conquista la maggioranza, rendendo il paese magiaro a tutti gli effetti suddito dell’Unione Sovietica.
La miope politica economica e il malgoverno dei fedelissimi di Stalin, Rakosi e i suoi, sono a stento sopportati dal fiero popolo ungherese, che malvolentieri si piega alla volontà del governo tiranno.
Con la morte di Stalin nel ’53 una ventata di libertà percorre tutte le democrazie popolari, scosse soprattutto negli ultimi anni dai processi-farsa, le famose “purghe staliniane”, attraverso le quali lo statista georgiano si era liberato di tutti i “traditori fascisti”, instaurando un clima di terrore in Ungheria, Bulgaria e Cecoslovacchia.
Anche l’Ungheria piange i suoi martiri, mentre il clima di distensione favorisce la nascita di liberi movimenti di pensiero: il circolo Petofi e le assemblee studentesche. Gli intellettuali e gli studenti sono le avanguardie più sensibili della popolazione, che, libera finalmente di potersi unire e di poter scambiare le proprie idee in ottobre manifesta per le strade di Budapest il malcontento nei confronti del governo e l’orgoglio di essere ungheresi. La manifestazione, del tutto spontanea, si ingrossa nel suo snodarsi di tutta la gente della capitale e, a intellettuali e studenti, si affiancano gli operai, le casalinghe, gli impiegati; un fiume di uomini e di donne con bandiere tricolori si riversa nelle strade cantando inni patriottici. In serata però la situazione comincia a precipitare, l’andamento pacifico del pomeriggio lascia il posto alla violenza e all’esasperazione: alcuni gruppi si scagliano contro la statua di Stalin e in un attimo il temutissimo dittatore viene fatto a pezzi dalla folla, che smonta i simboli del comunismo e solleva alte le bandiere tricolori.
Il mattino del giorno successivo vede l’entrata dei carri armati russi in Ungheria: Rakosi, il capo del governo così impopolare si dimette e affida la patata bollente nelle mani di Imre Nagy, perseguitato durante il periodo stalinista, uomo onesto, cresciuto in Russia e leninista convinto. Il popolo reclama e gran voce questa guida: nessuno vuole instaurare un regime capitalistico, tutti vogliono un socialismo nazionale, un comunismo su misura, una variante al modello monolitico sovietico che sappia soddisfare le esigenze specifiche del piccolo paese magiaro.
Nagy raccoglie tutte queste esigenze e trattando con il Cremlino riesce a far ritirare le truppe e a costituire un nuovo governo. Saranno le due settimane di gloria degli ungheresi: ristabilite le libertà fondamentali di informazione e associazione, si formano nuovamente gli antichi partiti del dopoguerra e presto nasce un governo di coalizione. Troppo perché questo possa essere pacificamente tollerato da Kruscev, per quanto lui stesso abbia auspicato nel suo discorso di insediamento al Cremlino una nuova era di distensione e di pace.
I primi di novembre la situazione precipita ancora, l’Armata Rossa è alle porte dell’Ungheria: Nagy a un punto di non ritorno; vedendosi abbandonato dalla Russia esce formalmente dal patto di Varsavia e chiede aiuto alle Nazioni Unite. Purtroppo la sorte del paese magiaro è stata già decisa: Suez in cambio della rivoluzione di Nagy, Stati Uniti e Unione Sovietica si scambiano favori in sede di Consiglio di Sicurezza.
I carri armati sovietici entrano nuovamente in Ungheria per restarci, questa volta, molto a lungo. Nagy trasferito con un inganno in Polonia sarà poi riportato a Budapest e dopo un processo a porte chiuse sarà giustiziato nel ’58. La popolazione sarà in parte deportata e molti ungheresi fuggiranno verso l’Occidente dalla vicina Austria. Represso ogni gruppo e partito politico la situazione sarà controllata direttamente dal Cremlino attraverso il fedele Janos Kadar, il suo mandato durerà fino alla caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti in Europa Orientale.
Fino ad allora l’Ungheria non vedrà mai più il sole.
La miope politica economica e il malgoverno dei fedelissimi di Stalin, Rakosi e i suoi, sono a stento sopportati dal fiero popolo ungherese, che malvolentieri si piega alla volontà del governo tiranno.
Con la morte di Stalin nel ’53 una ventata di libertà percorre tutte le democrazie popolari, scosse soprattutto negli ultimi anni dai processi-farsa, le famose “purghe staliniane”, attraverso le quali lo statista georgiano si era liberato di tutti i “traditori fascisti”, instaurando un clima di terrore in Ungheria, Bulgaria e Cecoslovacchia.
Anche l’Ungheria piange i suoi martiri, mentre il clima di distensione favorisce la nascita di liberi movimenti di pensiero: il circolo Petofi e le assemblee studentesche. Gli intellettuali e gli studenti sono le avanguardie più sensibili della popolazione, che, libera finalmente di potersi unire e di poter scambiare le proprie idee in ottobre manifesta per le strade di Budapest il malcontento nei confronti del governo e l’orgoglio di essere ungheresi. La manifestazione, del tutto spontanea, si ingrossa nel suo snodarsi di tutta la gente della capitale e, a intellettuali e studenti, si affiancano gli operai, le casalinghe, gli impiegati; un fiume di uomini e di donne con bandiere tricolori si riversa nelle strade cantando inni patriottici. In serata però la situazione comincia a precipitare, l’andamento pacifico del pomeriggio lascia il posto alla violenza e all’esasperazione: alcuni gruppi si scagliano contro la statua di Stalin e in un attimo il temutissimo dittatore viene fatto a pezzi dalla folla, che smonta i simboli del comunismo e solleva alte le bandiere tricolori.
Il mattino del giorno successivo vede l’entrata dei carri armati russi in Ungheria: Rakosi, il capo del governo così impopolare si dimette e affida la patata bollente nelle mani di Imre Nagy, perseguitato durante il periodo stalinista, uomo onesto, cresciuto in Russia e leninista convinto. Il popolo reclama e gran voce questa guida: nessuno vuole instaurare un regime capitalistico, tutti vogliono un socialismo nazionale, un comunismo su misura, una variante al modello monolitico sovietico che sappia soddisfare le esigenze specifiche del piccolo paese magiaro.
Nagy raccoglie tutte queste esigenze e trattando con il Cremlino riesce a far ritirare le truppe e a costituire un nuovo governo. Saranno le due settimane di gloria degli ungheresi: ristabilite le libertà fondamentali di informazione e associazione, si formano nuovamente gli antichi partiti del dopoguerra e presto nasce un governo di coalizione. Troppo perché questo possa essere pacificamente tollerato da Kruscev, per quanto lui stesso abbia auspicato nel suo discorso di insediamento al Cremlino una nuova era di distensione e di pace.
I primi di novembre la situazione precipita ancora, l’Armata Rossa è alle porte dell’Ungheria: Nagy a un punto di non ritorno; vedendosi abbandonato dalla Russia esce formalmente dal patto di Varsavia e chiede aiuto alle Nazioni Unite. Purtroppo la sorte del paese magiaro è stata già decisa: Suez in cambio della rivoluzione di Nagy, Stati Uniti e Unione Sovietica si scambiano favori in sede di Consiglio di Sicurezza.I carri armati sovietici entrano nuovamente in Ungheria per restarci, questa volta, molto a lungo. Nagy trasferito con un inganno in Polonia sarà poi riportato a Budapest e dopo un processo a porte chiuse sarà giustiziato nel ’58. La popolazione sarà in parte deportata e molti ungheresi fuggiranno verso l’Occidente dalla vicina Austria. Represso ogni gruppo e partito politico la situazione sarà controllata direttamente dal Cremlino attraverso il fedele Janos Kadar, il suo mandato durerà fino alla caduta del muro di Berlino e dei regimi comunisti in Europa Orientale.
Fino ad allora l’Ungheria non vedrà mai più il sole.
postato da: KorvoRosso alle ore settembre 30, 2006 21:16 | Link | commenti (2)
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